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Calori e il caso della lettera a Famiglia Cristiana

Sempre più si sta accostando il nome di Alessandro Calori alla panchina della Salernitana. Orai sembra imminente la scelta del mister e sembra, da indiscrezioni, che la scelta possa esser proprio l’ex tecnico del Trapani che potrebbe essere scavalcato solo da Delio Rossi che molti danno ancora come probabile scelta, mentre calano le quotazioni di Gregucci e degli altri. Staremo a vedere. L’ex centrale dell’Udinese è stato al centro di un caso che scatenò un terremoto nel mondo del calcio. Ripercorriamo brevemente il fatto:

LA LETTERA A FAMIGLIA CRISTIANA

Il 27 agosto 1999, a pochi giorni dall’inizio del campionato 1999/00, il mondo del calcio viene scosso da una notizia clamorosa; un calciatore ha inviato una lettera al settimanale Famiglia Cristiana che l’ha pubblicata nella rubrica “Colloqui col padre” in uscita il 29 agosto.

Questo il testo:

Carissimo padre,

ho pensato per tutta la notte prima di mettermi a scrivere e a raccontare tutto il peso che mi porto dentro. Volevo andare da un confessore, ma la grata non avrebbe nascosto il rossore. Poi mi sono ricordato che Famiglia Cristiana è una parrocchia di carta e allora eccomi qui. Sono un calciatore e mi sono venduto in una partita importantissima. Mi sono comportato in modo da danneggiare la mia squadra, allettato dalle promesse di un ottimo contratto; mi sono comportato male verso la mia vecchia squadra e i tifosi. Che brutto mondo, padre. Ma io non vivo più da quando ho fatto quello che le sto raccontando. Ho un peso dentro, la coscienza ferita, ho finito di essere un uomo. Nell’ambiente del calcio si fa questo e altro. Il giro dei soldi ha ucciso tutto e io ne sono rimasto vittima. La gente si allontana dal calcio, e fa bene. Forse se continua ad abbandonarci, questo sport ne trarrà giovamento e noi calciatori saremo meno vittime. So che ho falsato il campionato, ma chi mi perdonerà per quello che ho fatto?

Un calciatore

Il direttore di Famiglia Cristiana, don Antonio Sciortino scrisse: “motivi di riservatezza e di rispetto della persona, dovuti a tutti coloro che si rivolgono al Padre quasi come a un confessore, ci impediscono di rivelare nome del calciatore e circostanze più precise del caso”.

L’INCHIESTA E LA REAZIONE DI ALIBERTI

In meno di 24 ore, sono tre le procure che avviano un’indagine, quelle di Alba, la città dove si stampa la rivista, Torino e Roma. Il presidente della FIGC, Nizzola, si è spontaneamente presentato al procuratore di Alba, Luigi Riccomagno, dicendo “Se tutto è vero, la giustizia sportiva non farà sconti”

l’Ordine dei Francescani che si schiera con Famiglia Cristiana, difendendola “da accuse ingenerose”, e invita il calciatore a uscire allo scoperto e a dire tutta la verità. Aniello Aliberti, allora presidente della Salernitana, chiede la sospensione dei campionati: “Guariniello mi ha detto che andrà a fondo e scoprirà cosa c’è dietro. Sospetti? Ho parlato di quello che ho letto sui giornali, di 5-6 gare di serie A. Siamo stati retrocessi per un punto, dovevo parlare per tutela della società e dei 4 morti avuti fra i nostri tifosi”. Ipotizza: “Ho dei sospetti: credo che dietro quella lettera ci sia qualcosa di più grande, manovre, pressioni, minacce, messaggi trasversali. Strano che questa lettera compaia proprio a ridosso del campionato. Scommesse? Chi lo sa, chi può escluderlo?”.

Guariniello focalizza l’attenzione su due gare tirate in ballo dalle confessioni anonime: Udinese-Perugia 1-2 e Perugia-Milan 1-2. L’inchiesta procede su tre piani: ad Alba si indaga sul rifiuto di consegnare la lettera alle autorità giudiziarie. A Torino si indaga sui casi di combine nel calcio in generale. A Udine si indaga su una gara dove Guariniello ha raccolto elementi importanti.

L’ARCHIVIAZIONE

Il 5 febbraio 2000 la procura FIGC archivia il caso del pentito. Questo il comunicato della FIGC:

“Il procuratore federale, esaminata la relazione dell’ufficio indagini, e rilevato che le approfondite indagini svolte anche in sede giudiziaria non hanno consentito, stante l’assoluto riserbo opposto dal direttore del settimanale, di pervenire all’identificazione dell’autore, ha disposto l’archiviazione degli atti”.

Cinque giorni dopo è il turno della procura di Udine: “Nel campionato di calcio 1998/99 a Udine non furono commessi illeciti, in particolare nell’incontro Udinese-Perugia”, lo ha comunicato ieri il sostituto procuratore della Repubblica del Tribunale friulano Giuseppe Lombardi. “Da indicazioni e dichiarazioni eravamo stati indotti a indagare su possibili illeciti verificatisi a Udine e nel lavoro abbiamo avuto anche tutto l’appoggio della società friulana, che aveva l’ovvio interesse a dimostrare la propria estraneità. Avendo accertato che a Udine non ci furono illeciti e che, di conseguenza, anche il pentito non è dell’Udinese, chiederemo al giudice per le indagini preliminari di archiviare il caso. Altri particolari non possono essere al momento forniti, in quanto l’inchiesta sta proseguendo da parte di altre Procure e anche per quanto riguarda Udine, per correttezza, attenderemo il pronunciamento del gip. Sempre a Udine, invece, continua l’indagine sulla diffamazione a mezzo televisivo del calciatore Alessandro Calori, chiamato in causa nella vicenda del pentito”. Il 13 maggio 2001 arriva l’assoluzione per il direttore responsabile di Famiglia Cristiana, don Antonio Sciortino, e del redattore, don Antonio Rizzolo dal reato di reticenza. Entrambi si erano appellati al segreto confessionale.

CALCIOPOLI 2006 E IL NOME DI CALORI

Il 26 giugno 2006 l’arbitro Massimo De Santis ha presentato all’Ufficio Indagini, nell’ambito della questione “Calciopoli”, una memoria scritta in cui si dice che la Juventus avrebbe deliberatamente perso lo scudetto del 2000 e “avrebbe fatto in modo che fosse il difensore Calori a segnare il gol decisivo”. Riallacciandosi alla lettera inviata al settimanale Famiglia Cristiana, De Santis sostiene che il pentito fosse Calori e che la gara venduta fosse una sfida tra Udinese e Juve della stagione precedente. Secondo De Santis, la Juve avrebbe perso volontariamente a Perugia per soffocare lo scandalo, che stava per affiorare. La replica di Calori: “Querelerò De Santis. Come si permette questo signore di affermare certe falsità? Forse De Santis ignora che per la lettera ho già fatto una causa e aspetto giustizia”.

RISARCIMENTO

Nel 2007 Calori si gusta la rivincita. Il Tribunale di Milano ha infatti ritenuto che uno degli articoli pubblicati in quegli anni fosse diffamatorio nei confronti di Calori, visto che nel servizio si accostava esplicitamente il nome del calciatore all’anonimo pentito che si era rivolto a Famiglia Cristiana. L’articolo in questione era stato pubblicato il 29 settembre 1999 dal Corriere della Sera. Ora l’editore del quotidiano dovrà risarcire 20 mila euro all’ex capitano bianconero. La prima sezione civile del Tribunale milanese ha affermato in sentenza che l’articolo ha contenuti diffamatori e di fatto sancisce per la prima volta che Calori proprio non c’entra nulla con quella vicenda che aveva scosso il mondo del pallone.

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